Svenimento della Madonna ai piedi della Croce
Giovanni Battista Merano | 1673
Attualmente esposta: Musei civici di Palazzo Farnese, Pinacoteca
Il dipinto, firmato in basso “1673 / Batta Merano”, si trovava sopra l’altare della chiesa interna di Santa Maria della Pace a Piacenza, annessa al monastero delle benedettine, dove lo segnalarono nella prima metà del secolo scorso sia Scarabelli (1841, p. 139), sia Buttafuoco (1842, p. 169). Non è del tutto certo che questa fosse l’ubicazione originaria, perché un inventario di quadri stilato al momento della soppressione del complesso conventuale nel 1810 lo indicava nell’atrio del monastero, dove poteva peraltro essere stata collocata provvisoriamente in vista della cernita delle opere d’arte da inviare a Parigi, dalla quale l’ancona venne esclusa (Pronti, in Arte e pietà, 1981, p. 81). Attribuita a un pittore lombardo attivo nel secondo Seicento quando venne esposta nel 1981 alla mostra piacentina “Arte e pietà”, la tela, oggetto di restauro poco tempo dopo, si rivelò un’opera del 1673 di Giovanni Battista Merano (Genova, 1632 – Piacenza, 1698), grazie al rinvenimento in fase di pulitura della firma dell’artista e della data (Ceschi Lavaghetto, 1981). La critica ha già rilevato riferimenti culturali diversi, dall’omaggio alla Crocifissione di Simon Vouet nella chiesa del Gesù di Genova (1621-22), nella disposizione in tralice della croce, ai riferimenti a Veronese (che giustificano l’iniziale attribuzione da parte di Licia Collobi Ragghianti nel 1942 all’ambito di Sante Crera da Verona, pittore attivo anche a Piacenza) e segnatamente a una Crocifissione già nella chiesa dei Santi Giacomo e Filippo della stessa città, oggi a Palazzo Bianco, ravvisabili nella figura della Maria che sorregge la Madonna svenuta. Veronesiano, prima ancora che rubensiano, è anche l’andamento delle pieghe nelle maniche, a solchi concatenati in diagonale circoscritti dai risalti luminosi; un dettaglio da interpretare, a nostro avviso, come un indizio dell’attenzione di Merano nei confronti di un altro testo del pittore veneto, importante anche per Valerio Castello, suo maestro, la Cena in casa si Simone, a Genova del 1646 (e oggi alla Galleria Sabauda di Torino), sebbene in questo caso il pittore traduca con smaccato grafismo gli effetti di sericità del modello tramite pennellate che corrono ad andamento ora zigzagante, ora aggrovigliato, segnate dal pittore a pennello asciutto. Il cromatismo delle vesti, dalla tinta verde, gialla, e vinata, si accorda nei toni abbassati all’atmosfera livida e corrusca del cielo che fa da sfondo e risponde alla finalità devozionale dell’immagine, nella quale la retorica dei gesti è ridotta al minimo, e perciò invita con efficacia la comunità delle suore, riunita in preghiera nella chiesa di ad essa riservata, a meditare la Passione del Redentore, alla quale introduce lo strazio della Vergine, titolare dell’edificio monastico e compartecipe, in quanto corredentrice dell’umanità, delle sofferenze del figlio. Un’atmosfera in qualche modo analoga caratterizza la bella Crocifissione tra i santi Lorenzo e Giorgio (dalla chiesa di San Bernardo, ora a Genova, Museo di Sant’Agostino depositi) – munita del contrassegno della sigla del maestro – , recentemente rintracciata da Clario di Fabio, il quale le assegna una datazione ai primi anni sessanta (Ritorno a Palazzo, 1994, pp. 43 – 44). Lo studioso notava negli accordi cromatici e nell’andamento dei panneggi suggestioni dal Grechetto, evidenti anche qui, salvo rilevare un’intonazione terrea e una accentuazione plastica più marcata, oltre che, come si accennava prima, una stesura più frettolosa nel ductus della pennellata. Il particolare rigorismo, da immagine sacra della prima Controriforma, conferisce allo Svenimento una posizione del tutto singolare all’interno del percorso di Merano, tanto appare distante dal luminismo plastico veemente, di sapore rubensiano e dagli accenti assimilabili a quelli di un Langetti, delle opere realizzate durante il settimo decennio, quanto dalla festevolezza compositiva e cromatica della Adorazione dei Magi, di questo stesso Museo, e dei lavori realizzati a Parma alla metà degli anni ottanta. Le soluzioni tipologiche della tela piacentina torneranno comunque utili all’artista anche più tardi: il il san Giovanni Evangelista verrà ripreso in controparte nella figura della Madonna, come pure le tipologie facciali “veronesiane” della Maddalena e di Maria di Cleofe, nel Compianto sul corpo di Cristo morto con san Domenico, tela conservata sull’altare della cappellina al secondo piano nobile di Palazzo Borea d’Olmo a Sanremo (sede del Museo civico), che appartiene al novero delle opere realizzate da Merano per quella città nel 1695 (Ratti, 1769, p. 62; Bartoletti – Pazzini Paglieri, 1995).
Informazioni tecniche
- Il Palazzo Farnese a Piacenza. La Pinacoteca e i Fasti, a cura di Stefano Pronti, Piacenza, 1992
- Arte e Pietà. I patrimoni culturali delle opere pie nella provincia di Piacenza, Piacenza, maggio-giunio 1981
Bibliografia
- L. Scarabelli, Guida ai monumenti storici ed artistici della città di Piacenza, Lodi 1841, p. 139;
- G. Buttafuoco, Nuovissima guida della città di Piacenza, Piacenza 1842, p. 169;
- L. Cerri, Piacenza nei suoi monumenti, Piacenza 1908, p. 160;
- L. Collobi, Schede ministeriali dattiloscritte, 1941, presso Musei di Palazzo Farnese di Piacenza;
- S. Pronti, in Arte e pietà, Bologna 1981, pp. 81 – 82;
- P. Ceschi Lavaghetto, in Arte e pietà, Bologna 1981, p. 212;
- G. Cirillo, G. Godi, Inediti piacentini di Giovanbattista Merano e Gian Lorenzo Bertolozzo, in “Bollettino Storico Piacentino”, LXXVII, 1982, pp. 89 – 106;
- P. Ceschi Lavaghetto, Qualche inedito ai margini della mostra “Arte e pietà” di Piacenza, in “Bollettino d’arte”, LXVIII, s. VI, 17, 1983, pp. 87 – 88;
- C. Manzitti, Merano, Giovanni Battista, in La pittura in Italia. Il Seicento, Milano 1989, II, p. 813;
- E. Gavazza, Protagonisti e comprimari. Acquisizioni e interferenze culturali, in La pittura in Liguria. Il secondo Seicento, a cura di E. Gavazza, F. Lamera, L. Magnani, Genova 1990, p. 93;
- F. Lamera, Giovan Battista Merano, in La pittura in Liguria. Il secondo Seicento, a cura di E. Gavazza, F. Lamera, L. Magnani, Genova 1990, p. 427;
- F. Lamera, scheda n. 127 in Genova nell’età barocca, a cura di E. Gavazza, G. Rotondi Terminello, Genova 1992, pp. 227 – 228;
M. Bartoletti, in Il Palazzo Farnese a Piacenza. La Pinacoteca e i Fasti, catalogo della mostra (Piacenza, 1992) a cura di Stefano Pronti, Milano 1997, p. 199 (n.15)