San Luca
Last update: 21 May 2026, 14:28
Giovanni Lanfranco | 1611
Attualmente esposta: Musei civici di Palazzo Farnese, Pinacoteca
Il dipinto che nel cartiglio in basso a destra riporta la scritta “joannes lanfrāncus 1661” appartiene al breve soggiorno piacentino dell’artista dopo la prima lunga fase di attività a Roma al fianco di Annibale Carracci prima e di Guido Reno poi (1602-10). Il tema è trattato in modo originale e include riferimenti che ne rendono complesso il significato. L’ipotesi che il dipinto sia stato commissionato dal Collegio dei notai di Piacenza per la cappella della chiesa di Santa Maria di Piazza trova riscontro, per analogia, in un precedente episodio documentato: il Collegio dei notai di Reggio Emilia aveva incaricato Annibale Carracci, vent’anni prima, di dipingere per la propria cappella nella cattedrale una Madonna con san Luca (oggi al Louvre), della quale Annibale aveva preventivamente sottoposto il disegno. Là Annibale aveva richiamato l’attività di pittore, attribuita dalla tradizione all’evangelista, ponendo la tavolozza con i pennelli in primo piano; qui il Lanfranco la richiama con il quadretto della Madonna con il Bambino appoggiato alla colonna. Il Lanfranco si distingue anche dal Pinturicchio e da Raffaello che presentano san Luca nell’atto di dipingere un quadro raffigurante la Madonna. Un altro tema reinterpretato è il san Matteo del Caravaggio, nelle due versioni romane per la cappella Contarelli di San Luigi dei Francesi, che aveva suscitato enorme scalpore e che il Lanfranco conosceva sicuramente bene. Là il Caravaggio rappresentava un evangelista in penosa difficoltà a scrivere il sacro testo e un angelo che guidava la mano e la mente dell’evangelista; egli inoltre aveva ricercato effetti plastici con il trompe-l’œil e la luce radente. Qui vengono ripresi la posizione delle gambe accavallate per scrivere, della prima versione, l’atteggiamento di soggezione del santo verso l’angelo improvvisamente comparso e incombente della seconda versione, ma evitando di evidenziare con icastica drammaticità l’impotenza e la sordità umana di fronte alla verità rilevata. Reimpiega invece il tradizionale emblema di san Luca, il vitello, l’animale destinato ai sacrifici e simbolo del sacerdozio, a cui san Luca giunse, diversamente dagli altri evangelisti. Si individuano anche una nota correggesca (l’angelo in alto aggrappato alle nuvole), ma soprattutto un tono di devozione sincera e di ansietà religiosa proprio delle opere di Ludovico Carracci, che il Lanfranco poteva ben vedere anche in quelle recentissime per il duomo di Piacenza. I bagliori della luce dall’alto nell’austero e buio interno sono lontani dalla vivida e lacerante luce caravaggesca e sono indubbiamente ludovichiani. Il risultato del dipinto piacentino è un san Luca pur raffinato e colto per il saper scrivere e dipingere, ma attento all’ispirazione divina, che accoglie senza troppo scomporsi. E queste erano in fondo le virtù che i notai piacentini volevano evidenziare nel protettore della loro corporazione. Nella carriera del Lanfranco le opere piacentine e parmensi tra il 1611 e il 1612 hanno una notevole importanza, perché segnano l’interruzione del cammino verso il mito classico percorso insieme ad Annibale, il suo eccelso maestro morto ancora giovane e infelice, e l’accostamento ai modi nobili e idealistici di Guido Reni. Come Guido, della sconvolgente pittura del Caravaggio egli rifiuta il naturalismo espressionista e radicale e accoglie solo alcuni suggerimenti tematici o tecnici a differenza del suo conterraneo Schedoni, che si lascia coinvolgere. Tornando in patria, da cui era partito dopo il primo apprendistato presso Agostino Carracci resosi possibile per l’affettuoso e costante sostegno del suo mecenate marchese Orazio Scotti di Montalbo (Piacenza), il Lanfranco dimostra di riavvicinarsi alle fonti della sua prima educazione: il sereno mondo del Correggio e l’opera riformatrice dei Carracci, di cui rimaneva Lodovico; da queste basi ripartirà per approdare all’espansione delle forme figurative e prospettiche in senso strettamente barocco, che lo renderanno celebre prima a Roma poi a Napoli.
Informazioni tecniche
Tipologia di opera
DipintoAmbito disciplinare
-Corrente artistica
-Materiale
-Tecnica
Olio su telaMisure
Cm 254x167.5 (cornice assente)Stato di conservazione
BuonoData di restauro
-Numero di inventario
21Provenienza
Chiesa di Santa Maria di Piazza di PiacenzaCollocazione
Sala 1 Pinacoteca, Musei Civici di Palazzo FarneseMostra
• Il Palazzo Farnese a Piacenza. La Pinacoteca e i Fasti, a cura di Stefano Pronti, Piacenza, 1992Bibliografia
- C. Carasi, Le pubbliche pitture di Piacenza, Piacenza 1780 (ed. anastatica, Bologna 1974), p. 82;
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L. Scarabelli, Guida ai monumenti storici ed artistici della città di Piacenza, Lodi 1848, p. 178;
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G. Buttafuoco, Nuovissima guida della città di Piacenza, Piacenza 1842, p. 222; Arte Sacra, 1926, p. 34;
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G. Bernini, Lanfranco 1582 – 1647, Parma 1982, p. 37;
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S. Pronti, a cura di Il Museo civico di Piacenza in Palazzo Farnese, Piacenza 1988, pp. 32 – 33;
S. Pronti, in Il Palazzo Farnese a Piacenza. La Pinacoteca e i Fasti, catalogo della mostra (Piacenza, 1992) a cura di Stefano Pronti, Milano 1997, pp. 195 – 196 (n.7).