San Carlo Borromeo battezza un bambino nel Lazzaretto
Alessandro Tiarini | 1635-45
Attualmente esposta: Musei civici di Palazzo Farnese, Pinacoteca
L'episodio raffigurato è il medesimo che si ritrova in un dipinto ormai celebre di Ludovico Carracci, eseguito per l'abbazia di Nonantola subito dopo che fu presa la decisione, nel febbraio 1613, di dedicare all'arcivescovo milanese da poco canonizzato una cappella all'interno dell'edificio ecclesiastico. E molto probabile che alle origini del dipinto, commissionato ad Alessandro Tiarini dai padri Teatini della chiesa di San Vincenzo di Piacenza, sia proprio la rapida fortuna della tela di Ludovico; opera che doveva comunque essere nota a Tiarini, a giudicare dalle numerose concordanze tra i due dipinti. Come in quella di Ludovico, anche in questo dipinto di Tiarini è raffigurato l'episodio del battesimo di un bambino da parte di Carlo Borromeo in visita al lazzaretto per dare agli ammalati il conforto dei sacramenti. Sopra il cadavere di una giovane donna distesa a terra e in parte rientrante nell'oscurità della notte si svolge la scena del battesimo. Il santo versa l'acqua da una semplice, ma elegante brocca sulla testa di un bambino tenuto inclinato dall'esperta mano di un chierico. Alcuni accoliti accompagnano il santo portando il secchiello dell'acqua, oppure reggendo i ceri o sostenendo il largo piatto per la raccolta dell'acqua benedetta. Altre figure assistono con compunzione.
La segnalazione più antica dell'opera risale alla citazione del conte Carlo Cesare Malvasia che la ricorda insieme al David ed Abigail della chiesa di Santa Maria di Campagna; non mancano di farne menzione le guide della città, a partire da quella di Carlo Carasi (1780) che ne riporta la collocazione nella quarta cappella di destra. Ma nella guida di G. Aurini (1924) Topera passa alla prima cappella di destra, su una parete laterale di fronte a un'opera di Camillo Boccaccino, per finire successivamente nella sacrestia. Il dipinto segue le vicende travagliate della chiesa che, soppressa negli anni napoleonici e riaperta nel 1822, viene ceduta nel 1843 ai Fratelli delle scuole cristiane. Sia la chiesa che il convento passano al Comune di Piacenza nel 1972; di qui il trasferimento dei dipinti nel Museo civico.
Nonostante le reiterate citazioni antiche, dalla Felsina Pittrice di Carlo Cesare Malvasia alle numerose guide di Piacenza, il dipinto è scarsamente noto e solo recentemente è stato illustrato in una sede di ampia diffusione; eppure il livello qualitativo e il tono espressivo si levano molto al disopra del consueto standard della produzione dell'artista, forse in ragione dell austero, severo modello ludoviciano o per la forza luministica della scena notturna che conferisce effetti di silenziosa sospensione magica all'azione liturgica. La cotta bianca del santo risalta sopra la veste cardinalizia, mentre la luce incide con lucidità di visione sui volti dei numerosi personaggi e individua con fredde profilature il paesaggio in lontananza. Si tratta di un'interpretazione molto intensa della iconografia carliana, che ricorda, oltre al citato prototipo di Ludovico, la tela di Giacomo Cavedone dedicata al medesimo tema, ora nella chiesa di Santa Maria Nascente a Erba e un tempo sull'altare maggiore della chiesa di Santo Stefano delle Clarisse di Imola. L'artista non era nuovo alla tematica carliana sulla quale nel frattempo si concentrava l'attenzione di altri artisti bolognesi, in particolare Lorenzo Garbieri con la serie dei dipinti nella cappella. la Giustiniani in San Paolo a Bologna e Lucio Massari con uno sconosciuto San Carlo Borromeo che si appresta a celebrare la messa, recentemente identificato; basti ricordare gli affreschi nella cappella dedicata al santo nella chiesa di San Michele in Bosco, oppure la tela con i Santi Borromeo, Andrea Corsini, Teresa e una committente nella chiesa di San Martino di Bologna o la tela della Pinacoteca nazionale di Bologna con la Madonna col Bambino adorati dai santi Matteo, Carlo Borromeo e dal beato Riniero, o il San Carlo in orazione di Lugo di Ravenna.
Circa la datazione, per quanto l'effetto luministico ricordi il dipinto di soggetto domenicano eseguito alla metà del secondo decennio per la cappella di San Domenico nella chiesa bolognese dedicata a quel santo, è probabile che questa vada riferita al momento dei lavori piacentini posti a cavallo tra terzo e quarto decennio. Lo confermerebbero le affinità con la pala della Pinacoteca nazionale di Bologna raffigurante il Matrimonio mistico di santa Caterina e sant Anna risalente al 1633
Informazioni tecniche
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Bibliografia
- Malvasia C.C., Felsina Pittrice, vite de’ pittori bolognesi del Conte Cesare Malvasia con aggiunte, correzioni e note inedite del medesimo autore, di G. Zanotti ed altri scrittori viventi, Bologna, Giudi all’Ancora, 1841, v. II, p. 133
- Carasi C., Le pubbliche pitture di Piacenza, Piacenza, 1780, p. 121
- Scarabelli L., Guida ai monumenti storici ed artistici della città di Piacenza, Lodi, Tip. C. Wilmant e Figli, 1841, p. 160
- Buttafuoco G., Degli uomini illustri da Romolo sino ad Augusto, Parma, Fiaccadori, 1842, p. 175
- Cerri L., La Madonna del Botticelli, Indicatore Ecclesiastico Piacentino, 1908, pp. XXVII-XXXI, p. 158
- Aurini G., Ars Nova, 1924, p. 85
- Pronti S., Il Palazzo Farnese a Piacenza la pinacoteca e i fasti, Milano, Skira, 1997, pp. 203-204