Salta al contenuto principale

San Bernardo di Chiaravalle allattato della Vergine

Last update: 21 May 2026, 15:00

Domenico Fiasella | 1643

Attualmente esposta: Musei civici di Palazzo Farnese, Pinacoteca


Nel 1780 Carlo Carisi riferiva, descrivendo San Vincenzo dei padri Teatini, che “entrando in chiesa a mano diritta alla seconda cappella”, vi si trovava “il quadro di S. Bernardo […] opera di Domenico Fiasella detto Sarzana 1643” (Carasi, 1780, p. 121). La presenza della firma e della data dell’artista fece sì che la memoria dell’autore venisse tramandata della successiva letteratura periegetica, salvo a Aurini (1924, p. 86) che cita il quadro come un san Domenico e lo attribuisce a Nuvolone. Committente della pala fu il genovese Bernardo Morando (1589 – 1656), singolare figura di mercante e di letterato, stabilitosi a Piacenza all’età di quindici anni per curare gli interessi dell’agenzia di cambio della famiglia che vi era attiva dal 1568 (Cremona, p. 91). Gli esiti delle sue speculazioni finanziarie furono alterni e si intersecarono con una attività letteraria e poetica che procurò una certa notorietà a Morando, soprattutto quando pubblicò nel 1650 il romanzo La Rosalinda, tradotto anche in francese e riedito ancora durante il XVIII secolo. Morando si adoperò alacremente a collezionare patenti nobiliari: egli venne ammesso nel novero del patriziato genovese nel 1648, mentre nel 1649 venne ascritto a quello piacentino; nel 1651, poi, il duca Ranuccio Farnese lo insignì del titolo di cavaliere aurato e di conte del sacro Palazzo Lateranense, finché l’anno successivo Morando comprò i beni allodiali della famiglia Anguissola a Montechiaro in val Trebbia. In una lettera del 27 ottobre 1646 al padre agostiniano Angelico Aprosio di Ventimiglia (Biblioteca universitaria, Genova, Ms E VI 23) il letterato-mercante dichiarava: “ho fatto ultimamente fabricare et ornare una capella che non è delle ultime”, sacello da identificare con quello ancora esistente nella chiesa di San Vincenzo dei chierici regolari Teatini, dedicato al proprio santo onomastico, dove è tuttora il suo sepolcro. La pala venne commissionata a Genova a uno dei più rinomati pittori cittadini, Domenico Fiasella, plausibilmente segnalato a Morando, come ipotizza Renato Martinoni (1983, p. 172), dall’amico Gio. Vincenzo Imperiale, anch’egli uomo di lettere e in varie occasioni a Piacenza per motivi di affari e che, forse, accompagnò il quadro a destinazione. Morando reputava i pittori genovesi ben più affidabili di quelli locali: il figlio Gio. Francesco confidava al padre Aprosio, in una lettera del 26 ottobre del 1643, che un ritratto del padre eseguito da un non specificato pittore piacentino era riuscito molto male. Di ben altro livello qualitativo dovevano essere un suo ritratto a figura intera e quello del fratello Giovanni Battista, opere del genovese Luciano Borzone, ricordati in una lettera inviata da Bernardo Morando ancora a padre Aprosio il 4 novembre 1645 (Biblioteca universitaria, Genova, Ms E VI 23). Così come era piaciuto a Morando il ritratto borzonesco, perché “tanto simigliante che non ci manca altro che lo spirito”, dovette oltremodo risultargli gradita la pala di Fiasella, alla quale dedicò un’ode “Per S. Bernardo”, pubblicata nelle Poesie sacre, e morali, edite postume a Piacenza nel 1662. In essa l’autore non si sofferma tanto sulla descrizione del soggetto, quanto sulla libera reinterpretazione del tema della miracolosa Lactatio, avvenuta nella cattedrale di Spira, attraverso “il filtro lessicale della poesia erotica” (F. Vazzoler, in Domenico Fiasella, 1990, pp. 39 – 40). P. Donati (1990, p. 197) notava come l’assonanza nardo-Bernardo, sulla quale giocava Morando nell’ode, richiamasse per analogia la citazione dal Cantico dei cantici “Fasciculus mirrhae dilectus” (I, 12) che compare sul cartiglio che il gruppo di angeli, sulla destra, avvolge intorno ai simboli della Passione. La mirra, sostanza che serviva a ungere i cadaveri prima che venissero inumati, ricorda proprio la Passione, mentre la panoplia con i simboli relativi richiama l’appartenenza della chiesa di San Vincenzo alla congregazione dei chierici regolari Teatini, notoriamente devoti alla santa Croce. Il san Giovanni Battista, patrono di Genova, viene introdotto nella pala in quanto santo onomastico del fratello Bernardo Morando. Fiasella illustra il racconto della Lactatio di san Bernardo, coordinando i protagonisti e gli altri elementi di più schietta valenza figurale lungo la direttrice delle due diagonali che si incrociano in corrispondenza della Vergine. Questa pala, datata 1643, costituisce il “manifesto”, come afferma Pesenti (1986, p. 246), di un nuovo corso nella pittura del maestro, impiegato a partire dagli inizi degli anni quaranta a rimeditare il proprio vasto bagaglio culturale privilegiando le componenti toscane, accogliendo nuove suggestioni da Matteo Rosseli, Lorenzo Leppi e Giovanni Martinelli, di cui poteva essere stato latore anche il cognato di Fiasella, Gio. Battista Casoni. Il che all’atto pratico si traduce, sempre secondo Pesenti, nella “resa calcolatissima dell’immagine con un calcolatissimo supporto disegnativo e compositivo e a rendere spazi non sconvolti ma pianamente agibili”, nonché nell’addolcimento del modellato e del colore steso a corpose campiture. La capacità dimostrata in questa pala “di tenere a un sommesso ma sensibile livello espressivo le notazioni delle attitudini e dei sentimenti” (F. R. Pesenti, 1986, p. 247) piace a Morando e il suo apprezzamento è comune a quello manifestato contemporaneamente da altri intellettuali genovesi o liguri, come lo stesso Gio Vincenzo Imperiale, Anton Giulio Brignole Sale, Luca Assarino, probabile autore del Capriccio poetico edito appena tre anni prima che Fiasella licenziasse la pala piacentina. In questo contesto, Assarino (che si cela sotto lo pseudonimo di Claudio Filippi) lo annovera tra i migliori pittori viventi e ne elogia l’efficacia dimostrata nel rappresentare gli affetti, con varietà, naturalezza e grazia (P. Donati – F. Vazzoler, in Domenico Fiasella, 1990, p. 268).

 
Informazioni tecniche
Tipologia di opera
Dipinto
Ambito disciplinare
-
Corrente artistica
-
Materiale
-
Tecnica
Olio su tela
Misure
Cm 286,5x192
Stato di conservazione  
Buono
Data di restauro
-
Numero di inventario
104
Provenienza
Chiesa di San Vincenzo di Piacenza
Collocazione
Sala 2 Pinacoteca, Musei Civici di Palazzo Farnese
Mostra
  •  Il Palazzo Farnese a Piacenza. La Pinacoteca e i Fasti, a cura di Stefano Pronti,  Piacenza, 1992

Bibliografia

  • C. Carasi, Le pubbliche pitture di Piacenza, Piacenza 1780 (ed. anastatica, Bologna 1974), p. 121;
  • L. Lanzi, Storia pittorica dell’Italia dal Risorgimento delle Belle Arti fin presso alla fine del XVIII secolo, Bassano 1818 (6 voll.), p. 314;
  • L. Scarabelli, Guida ai monumenti storici ed artistici della città di Piacenza, Lodi 1841, p. 160;
  • G. Buttafuoco, Nuovissima guida della città di Piacenza, Piacenza 1842, p. 175; L. Cerri, Piacenza nei suoi monumenti, Piacenza 1908, p. 158; 
  • G. Aurini, in “Ars Nova”, 1924, n. 19, p. 86; E. De Giovanni, La chiesa di San Vincenzo nell’arte, in “La Nostra Fiamma”, 1946, p. 25; 
  • F. Arisi, San Bernardo nelle pubbliche pitture di Piacenza, in “La Nostra Fiamma”, 1956, 9, pp. 20 – 22;
  • P. Donati, Domenico Fiasella il Sarzana, Genova 1974, pp. 106 e 113; 
  • V. Martinoni, Gian Vincenzo Imperiale politico, letterato e collezionista, Padova 1983, p. 172;
  • F. R. Pesenti, La pittura in Liguria. Artisti del primo Seicento, Genova 1986, pp. 246 – 247; 
  • G. V. Castelnovi, La prima metà del Seicento: dall’Ansaldo a Orazio de Ferrari, in La pittura a Genova e in Liguria, Genova 1987, II, p. 128; 
  • P. Donati, scheda n. 37 in Domenico Fiasella, a cura di P. Donati, Genova 1990, p. 197; 

M. Bartoletti, in Il Palazzo Farnese a Piacenza. La Pinacoteca e i Fasti, catalogo della mostra (Piacenza, 1992) a cura di Stefano Pronti, Milano 1997, p. 203 (n.25)