Presentazione al tiempo
Ultimo aggiornamento: 21 maggio 2026, 14:27
Carlo Francesco Nuvolone | 1645
Attualmente esposta: Musei civici di Palazzo Farnese, Pinacoteca
Il dipinto è firmato in basso a destra “car.s fran.s nivolonus/di. s pamphilos f. 164(5) mediolanensis”. Ferdinando Arisi (1960) riporta una risultanza dal “Libro per la Canzeleria della Congregazione della Purificazione” (non ritrovato) eretta nella chiesa di San Vincenzo nel 1642, secondo cui il grande dipinto fu commissionato a Carlo Francesco Nuvolone dal conte Federico Dal Verme, conservatore della Congregazione dei marcanti di Piacenza. Risulta che la Congregazione dei mercanti sotto il titolo della Purificazione di Maria Vergine, che aveva come fini di vivere secondo la legge divina e di procurarsi doti per “Putte Vergini Povere”, fu fondata nel 1605 (perfetto Francesco Fantoni). Per quanto riguarda la commessa al Nuvolone, una ricerca condotta da Paola Agostinelli Mandelli ha dimostrato che dal 1640 fu eletto console maggiore del Collegio dei mercanti Bernardo Morando, insigne letterato che fece da traino alla cultura piacentina. Alla sua influenza infatti vanno ricondotte la costruzione del nuovo Palazzo dei mercanti (1646-77) e, verosimilmente, la realizzazione della grande pala della Purificazione per l’oratorio in San Vincenzo. È da considerare anche il fatto che il Morando aveva commissionato due anni prima la ragguardevole pala con La Madonna e san Bernardo per la cappella della stessa chiesa di San Vincenzo al genovese Domenico Fiasella (cfr. scheda n. 25). Stranamente la Congregazione della Purificazione fu poi trasferita con i suoi legati nel Collegio di San Pietro, dove è registrata nel 1724 (ASPr, Commercio, b. 8), dove si ritrova ancora nel 1831 (ASPc, Culto, b. 35A). Nel 1841 il dipinto è registrato nella chiesa di Santa Teresa (Scarabelli, Buttafuoco) e poi passa nel 1903 al Museo in Palazzo Gazzola. Carlo Francesco Nuvolone (Milano, 1608 – 1661) era figlio di Panfilo (1581 – 1651), pittore cremonese trasferitosi a Milano, aveva ricevuto la sua prima formazione dal padre e si era poi rivolto alla pittura del secondo manierismo lombardo del Cerano e di Giulio Cesare Procaccini. La frequentazione dell’Accademia Ambrosiana diretta dal Cerano raffinò il suo gusto fino ad avvicinarlo alla dolcezza e alla morbidezza pittorica, nella quale immergeva anche i temi drammatici. Per questo fu denominato il “Guido Reni della Lombardia”, oppure il “Murillo lombardo”. L’opera di Piacenza è un capolavoro della sua maturità e segna l’apice della sua notorietà, anche se nella firma egli richiama ancora il nome del padre Panfilo; la pala per la chiesa delle Cappuccine di Parma eseguita nel 1647 è segno della sua considerazione anche nella terra del Correggio e del Parmigianino. A Piacenza lasciò un numero maggiore maggiore di opere il fratello Giuseppe, che fu un suo seguace. Il tema della Purificazione si denomina talvolta anche Presentazione al tempio in quanto in effetti l’avvenimento nell’iconografia è doppio: Maria, pur essendo vergine-madre pura e non resa impura dal parto, doveva sottoporsi alla legge mosaica sulla purificazione (Levitico, 12) e quindi, quaranta giorni dopo la nascita del figlio (ottanta era il periodo per le femmine), aveva dovuto presentarsi al sacerdote nel tempio per la purificazione legale e per il riscatto del primogenito, che presso gli ebrei apparteneva a Dio, non ai genitori. La circoncisione doveva essere dalla madre l’ottavo giorno di nascita. La madre doveva portare a lato dell’altare e offrire un agnello di un anno per l’olocausto e un colombo o una tortora per il sacrificio di espiazione, oppure due tortore o colombi nel caso non avesse mezzi sufficienti. San Luca è l’unico evangelista a riportare l’episodio della Purificazione. Qui l’evento però è che il sacerdote, che in questo caso assunse il ruolo del profeta Simeone, predice che il Bambino avrebbe causato la rovina e la resurrezione di molti e che una spada avrebbe trafitto l’anima di sua madre (Luca, 2, 22). La madre infatti, ha lasciato il Bambino nelle mani del sacerdote ispirato e sembra avvertire lo stesso presagio, con un’espressione che sta tra la dolcezza, il dolore e la malinconia; san Giuseppe è defilato dietro a lei, ma ha uno sguardo molto attento al gesto del sacerdote; al suo fianco una donna con le due tortore. In primo piano un’altra madre che attende il suo momento, accompagnata dal marito con l’agnello e due anitre nel cesto. Il Nuvolone si dimostra eccellente nella descrizione dei volti, che sembrano ritratti, e nella sottolineatura dei particolari del primo piano, il tutto in un’atmosfera ovattata con dolci gradazioni tonali, con sfumature luminose sul fondo e sull’altare. È un’opera di gran lunga superiore alla Morte di san Giuseppe della chiesa piacentina di San Carlo, dove le figure sono addossate, scorciate e senza spazio attorno; è degli stessi anni e il recente restauro ha riportato in superficie la firma “Ca(ro)lus Fra(ncis)us Nuvolone di(ct)us Pamphilus Fecit”.
Informazioni tecniche
Tipologia di opera
DipintoAmbito disciplinare
-Corrente artistica
-Materiale
-Tecnica
Olio su telaMisure
Cm 286x255,5Stato di conservazione
BuonoData di restauro
-Numero di inventario
37Provenienza
Oratorio della Congregazione della purificazione presso la chiesa di San Vincenzo di PiacenzaCollocazione
Sala 1 Pinacoteca, Musei Civici di Palazzo FarneseMostra
- Il Palazzo Farnese a Piacenza. La Pinacoteca e i Fasti, a cura di Stefano Pronti, Piacenza, 1992
Bibliografia
- F. Arisi, Il Museo civico di Piacenza, Piacenza 1960, pp. 228 – 230, n. 298;
- R. Longhi, Due esempi di Carlo Francesco Nuvolone, in “Paragone”, luglio 1965, n. 185, pp. 44 – 46;
S. Pronti, in Il Palazzo Farnese a Piacenza. La Pinacoteca e i Fasti, catalogo della mostra (Piacenza, 1992) a cura di Stefano Pronti, Milano 1997, p. 198 (n.12)